Valeria Pierini PAN - UN PROGETTO SULL'ISOLAMENTO


Abbiamo incontrato l'Artista. Ecco cosa ci ha detto.


              


Quando hai capito che volevi diventare un artista?

Quando tutto quello che facevo non mi bastava più. Non in termini economici (non è di certo quello che spinge a fare l'artista) ma di appagamento emotivo e intellettuale.

La fotografia che facevo, all'epoca ancora amatoriale, non mi bastava, sentivo che dovevo oltrepassare il limbo in cui mi trovavo e recuperare quel tempo di cui necessita chi vuole fare arte. Dedicarmi alla fotografia durante gli avanzi temporali non mi bastava. Avevo voglia di scoprire, leggere, studiare, sperimentare, di una socialità diversa. E' stato un grande momento di cambiamento, anche personale, che si è concluso con una frase che ha suonato un po' così: 'se quello che ho mi dà questo, tanto vale tentare la strada della fotografia'.

 

Potresti parlarci delle tue influenze artistiche e quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?

La mia più grande influenza è la letteratura. Non intesa solo come produzione creativa attraverso l'uso della scrittura ma come contenente molto dello scibile umano. La conoscenza, quella scritta, passa attraverso un sistema di segni (il linguaggio): è comunicata, ricordata, catalogata.

C'è sempre un momento nel mio processo creativo con cui faccio i conti con la letteratura relativa alla materia che sto affrontando col mio lavoro, può essere la filosofia, la poesia, la scienza...

Ho studiato musica e suonato per tanti anni e le influenze musicali si fanno sentire molto, nel ritmo dei miei lavori, nei concept e anche nel mio modo di essere. Quello che ti lascia la musica, se lo vivi in modo sincero, forse non lo scordi più e non lo capisci fino a quando non te ne accorgi, è uno stile di vita (non il banale sesso droga and rock and roll), un modo di percepire e agire non meno etico di molti altri, anzi. Per quanto riguarda gli artisti fotografi ti faccio tre nomi italiani e tre internazionali, non esaustivi: Silvia Camporesi, Francesco Jodice, Paolo Ventura (ma bisogna sempre ricordare Mario Cresci e Franco Vaccari). Nella rosa internazionale metto Sophie Calle, Duane Michals, Broomberg & Chanarin. Fotografia a parte, menziono Pollock, Sol Lewitt , Marina Abramovic e la narrative art.

 

Preferisci lavorare da solo o con altri artisti?

Non ho problemi a lavorare in team, mi piacciono le occasioni in cui un progetto curatoriale riunisce artisti attraverso delle vere group crit che diventano occasioni di crescita e scambio, anche umano, che oltrepassano il senso delle opere. A parte questi momenti, ho bisogno dello scambio con gli altri, mi piace mettere in relazione le persone in base alla loro professionalità o talento: tecnici, editor, trovarobe, e chiunque può aiutarmi nel lavoro e per il quale io posso altrettanto fare qualcosa. Non è mai un processo univoco. Un altro esempio è quando faccio dei progetti attraverso lo storytelling, dove chiedo la partecipazione delle persone, spesso attraverso la scrittura. C'è sempre un fuori – importantissimo – ma per il resto sono solitaria. E' una sorta di dialettica degli opposti.

 

Ci puoi raccontare un progetto al quale stai attualmente lavorando?

Uno dei progetti a cui sto lavorando è un ebook in uscita a fine maggio 2020.

Si chiama 'PAN – uno studio sull'isolamento' ed è un progetto collettivo svolto con alcuni partecipanti ai miei corsi di fotografia. Ognuno di loro mi ha mandato una sorta di 'lettere dal carcere', scritte durante il lockdown, dove mi descrive la sua esperienza con l'isolamento.

Io ho lavorato con la found photography cercando foto di paesaggi isolati e fortemente caratterizzati. Sono partita dal presupposto che luoghi lontani tra loro si somigliano e che senza una contestualizzazione geografica specifica, pur avendo un'idea visiva di ogni parte del mondo, possiamo tranquillamente confonderli: il deserto di sale dello Utah posso confonderlo con quello boliviano, ad esempio. Quindi, partendo dai landmark propri di ogni luogo, ho aggiunto o sottratto elementi alle foto. Ho creato così dei luoghi familiari ma che possono essere esperiti solo guardandoli, di fatto durante il lockdown cosa abbiamo fatto se non guardare?

Ho poi raccolto le parole entrate nel nostro vocabolario durante la pandemia che sono diventate la chiusura del libro. Non è un progetto che offre risposte ma che parla di esperienze, personali, emotive, visive e, sul finire, collettive.

Cosa avresti fatto se non fossi diventato un artista?


Quello che ho fatto per la maggior parte della mia vita, la musicista.

 

Quali consigli ti sente di dare ad un giovane che voglia diventare un artista?

Annette Messager dice: 'per essere artista bisogna scegliere l'arte e non la vita, perché non si può fare tutto. Se amassi molto la vita uscirei sempre, avrei un sacco di amici, andrei al cinema, ma non è possibile. Se uscissi tutte le sere, il giorno dopo sarei 'cotta'. Per creare bisogna 'ritirarsi', ed è una scelta.'

Il primo consiglio non risulterà popolare (in Italia, già la scelta di fare l'artista o quella di fare un qualsiasi lavoro che si ama non sono popolari) ma chi intraprende questa strada non deve coprirsi dietro ad un dito, soprattutto chi non proviene dagli agi di una vita economicamente appagante: non è facile ma consiglio di non barattare la sicurezza di una vita socialmente accettata e presumibilmente sicura con la propria passione, bisogna almeno tentare, anzitutto per la propria salute mentale. I casi in cui ci si vanta di tenere l'arte come passione con la scusa di preservarla, di non farla diventare un lavoro, quindi brutta, la trovo una delle scuse più atroci che si dicono, che presuppone, tra l'altro, che il lavoro debba per forza essere brutto, non solo, sviliscono chi nella vita ha il coraggio di osare e dell'arte cerca di farne un lavoro serio. Penso che è anche per colpa di questo tacito modo di fare che il mondo dei creativi non se la passa bene. Per scegliere la vita artistica ci vuole consapevolezza e coraggio perché raramente si rivela una vita economicamente stabile e di successo tout court o quantomeno richiede un po' di tempo. Il secondo passo è avere disciplina, ascoltarsi ed essere ricettivi, studiare. Il fuoco sacro, il talento, non sono cose che ci illuminano ed ecco che abbiamo un'opera compiuta. La creatività, l'intuizione vanno allenate. Possiamo avere un talento ma è nulla e il più delle volte poco duraturo se non gli si rende onore tutti i giorni, abbandonando la visione romanzata degli artisti vate o sballati, e praticando il lavoro che si è scelto, tutti i giorni, creandosi delle sane pause, ma lavorando con regolarità, esattamente come gli altri.


            


PAN – un progetto sull'isolamento (selezione).

 

Ho viaggiato seguendo la mia idea di isolamento e sono andata a trovare foto anonime di paesaggi. Che cosa succede a questi landmark che ho scelto? Che succede quando luoghi/topoi distanti si somigliano e senza una collocazione geografica sarebbero indistinguibili?

I luoghi, quindi, come cartoline dell'isolamento reale che si contrappongono ai cliché visivi che ci rendono il mondo a portata di vista ma senza esperirlo. Questi luoghi, da me immaginati, si possono esperire solo guardandoli: io ho reso visibile ma non tangibile, per forza di cose, la mia imago mundi. Ho manipolato le foto sottraendo o aggiungendo particolari che esasperassero ancora di più quelle vedute, cercando di dare un'idea visiva di luoghi che sono più luoghi dell'anima che geografici.

La mia aggiunta immaginifica alle foto, è speranza e desiderio verso un 'mondo delle possibilità'.

Alla luce di questo il titolo, PAN, ‘totalità’ o ‘riconducibilità a un denominatore comune'.

 

 

Il progetto fa parte dell'omonima pubblicazione a cura di Incontri di fotografia, in uscita a maggio 2020.

 

 

Anno: 2020;

tecnica: fotografia digitale;

stampa fine art (ink. Canon) su Carta cotone NP2;

misure: 40 cm x 65 cm.


























               















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